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martedì 1 dicembre 2015

Cave lapicidinae, attento alla cava di pietre

Lettera aperta del sindaco di Cori (LT) ai suoi concittadini
“Cari cittadini, la Regione Lazio negli ultimi tempi ha autorizzato nei pressi del nostro territorio (Rocca Massima) e nel territorio di Cori l’apertura di due nuove cave; che, unite a quella già in attività da anni, fanno tre. Senza ascoltare il Comune di Cori, anzi, contrariamente al parere negativo del Comune di Cori. Ciò significa che tra qualche anno potremo trovarci un larghissimo buco aperto tra Cori e Giulianello con grave danno al paesaggio e all'aspetto complessivo del paese. Una larga ferita aperta nel cuore del nostro territorio, che francamente mi offende come sindaco e come cittadino, e che dovrebbe offendere tutti noi.  I sindaci passano, il tempo passa e le ferite restano. E resteranno per i nostri figli e per i nostri nipoti. E la ferita sarà ancora più sanguinante perché non l’abbiamo scelta, non l’abbiamo voluta, ci è stata inferta.
 La Regione Lazio non ci ha consultato e quando ci ha consultato non ha ascoltato il nostro parere. La responsabilità è tutta ed apertamente politica. Di conseguenza è la politica che deve trovare una soluzione a questa vicenda. Sono stati privilegiati gli interessi meschini dei soliti furbi. Proprio in un momento in cui la tutela del territorio, l’attenzione alle tipicità agricole e paesistiche, al patrimonio culturale, stava dando una risposta positiva al futuro del nostro paese, questa mannaia che cade dall'alto ci riporta indietro di anni. Nonostante i vertici globali sul clima e sul paesaggio, nonostante le teorie sulla sostenibilità, nonostante il messaggio ecumenico del Papa, l’unico politico rimasto a parlare al futuro dell’umanità, le strade che si percorrono sono sempre le stesse.
Questo è un appello, rivolto a tutti i cittadini di buona volontà, senza distinzione di appartenenza politica, che spesso non appare avere più senso; è un appello a tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro paese e anche il futuro complessivo del territorio. A tutti coloro che amano la bellezza. Chiamiamoci, cerchiamoci, dialoghiamo e solidarizziamo. Se restiamo isolati saremo sconfitti. Tommaso Conti, sindaco e cittadino di Cori e Giulianello.”


Più chiaro di così non poteva essere e non possiamo che condividere. Aggiungiamo che c'è ancora un cammino lunghissimo che la nostra civiltà, tra le altre, dovrà fare per passare dalle parole ai fatti. Cos'è una cava? Nello specifico si tratta di fare un buco nel terreno, enorme, modificando il territorio, il paesaggio, già pesantemente gravato dalla presenza di una cava. Abbiamo visto che cosa produce un mostro del genere, in cambio di 9 posti di quello che chiamano "lavoro", ma che andrebbe definito per quello che è, ossia l'ennesimo saccheggio legalizzato perpetrato su un territorio ancora non affrancato dal pensiero ottocentesco di SFRUTTAMENTO delle risorse senza possibilità di rinnovo futuro, senza pensare neanche ai propri figli, ai quali lasciano un territorio devastato e magari l'attività stessa di devastazione. 
Non c'è bisogno di essere estremamente dotati di intelletto, per capire che una montagna dedita alla pastorizia e all'agricoltura rende 10 ma per 10000 anni e per 100000 persone, mentre la stessa montagna sbriciolata e venduta a pezzi rende 100, ma per 10 anni e 10 persone. I numeri sono molto approssimati è chiaro, ma per dirlo in altre parole, se la montagna scompare, lì dov'era rimarrà roccia arida che impiegherà cinquant'anni per rivedere vita. Cosa non è chiaro per vedere che ciò è sbagliato? 
Non è la bellezza del paesaggio a rischio, il nostro paesaggio è già distrutto. A qualcuno sarà capitato di parlare con chi a Cori non c'è mai stato, ma se questi è avvezzo a passare dalla pontina potrete facilmente indicargli Cori come il "paese vicino al buco", facilmente capirà dov'è. Vista da Latina Cori sembra più piccola di quella voragine visibile a decine di chilometri di distanza (e scommetto che almeno il centro storico ci entrerebbe comodo). Cori come tutta Italia inoltre non ha più lo smalto di un tempo. Come in molte parti d'Italia (specie al sud ovvio) il centro storico sta letteralmente crollando, è un ricettacolo di tragedie annunciate da decenni, si aspetta solo il disastro perché non ci sono fondi, o comunque non siamo stati in grado di prenderne una parte dall'Europa che spesso si trova col resto. Certo molto è stato fatto, ma ancora dobbiamo riparare a decenni di palazzinari, per non parlare dei rifiuti...questo mondo è già al termine, possiamo solo rallentare la caduta, lo schianto nel baratro che ci stiamo scavando giorno per giorno, ma l'importante è divertirsi giusto?
Quindi ciò che ci deve interessare è frenare il danno esistente e tuttora in estensione. Il vero danno è quello di tutti i giorni, pezzi di territorio che vengono distrutti PER SEMPRE e irrimediabilmente, ciò che fanno è in vero un danno triplo. Il primo danno è quello diretto, ed è sotto gli occhi di mezza provincia, dai monti al mare si vede quella frana artificiale, quello squarcio vergognoso nel ventre di madre terra.
Tale danno include le strade con asfalto divelto, vengono deformate e dissestate dai camion, enormi e con tonnellate di carico. Quello stesso carico di finissima polvere calcarea è come un manto che si estende tutt'intorno sugli ulivi e la terra che circondano la cava e che corrono lungo le strade percorse da quegli stessi camion.
Il danno collaterale è la connivenza di interessi "economici" con le istituzioni, quando si incontrano mentalità predatorie, fantasie lanzichenecche e in poche parole chi approfitta non è fondamentalmente capace o non è facilitato nel poter scegliere avvedutamente la soluzione migliore per lavorare, che non può essere chiaramente quella in foto. 
Infine c'è il danno presente e futuro, la modifica irreparabile del microclima e dell'assetto idrogeologico, in una penisola come l'Italia significa anticipare di milioni di anni quella che dovrebbe essere l'erosione naturale di prezioso territorio, con la conseguente distruzione degli ecosistemi rimasti e già provati.

Fin quando sopravviverà questa mentalità arcaica di fare affari e non si intraprenderà veramente un cammino di economia e società più avveduta (non serve illuminata), avremo sempre a che fare con predatori e distruttori. Il bene comune è poco apprezzato in Italia, questo perché ne avevamo moltissimo sia naturalistico che culturale, oggi entrambi questi sottoinsiemi di un sommo bene comune sono minacciati di estinzione. Siamo una civiltà fallita e non abbiamo assolutamente nulla da pretendere di voler insegnare ad altre civiltà, non siamo migliori né peggiori, siamo umani e come tante altre razze animali, sebbene alcuni se ne siano resi conto per peculiare coscienza della specie, ci siamo incamminati da tempo verso la nostra auto-estinzione. Ma siamo umani e siamo capaci di entrambi gli estremi, mi piace pensare che per ogni distruttore c'è chi tutela il territorio, per ogni corrotto c'è chi ha la coscienza pulita, per ogni egoista c'è chi guarda alla vita con vero amore per essa. Nel gioco delle parti, ognuno sceglierà chi voler incarnare.

lunedì 12 maggio 2014

Strumenti di dominio statuitense

Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/ttip-e-tpp-strumenti-di-dominio-statunitense/19977/

TTIP E TPP, STRUMENTI DI DOMINIO STATUNITENSE

Stati Uniti d'America :::: Giacomo Gabellini :::: 30 agosto, 2013 :::: Email This Post   Print This Post
TTIP E TPP, STRUMENTI DI DOMINIO STATUNITENSE
Dopo il via libera ottenuto verso la metà del giugno 2013 dagli Stati membri dell’Unione Europea e dal Congresso statunitense, ilpresidente degli USA Barack Obama e le principali autorità europee hanno ufficialmente avviato i colloqui volti a favorire la creazione del Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) – o Trans Atlantic Free Trade Area (TAFTA) –, un’area di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa che dovrebbe regolamentare il mercato tra le due sponde dell’Atlantico, con particolare riferimento a prodotti agricoli e industriali, appalti pubblici, investimenti, energia e materie prime, misure sanitarie, servizi, diritti di proprietà intellettuale, sviluppo sostenibile, composizione delle controversie, stimolo della concorrenza, facilitazione dell’interscambio e gestione delle imprese di proprietà statale.
TTIP
Ancor prima dell’inizio delle trattative finalizzate a dar concretezza al progetto di “area di libero scambio transatlantica”, pressoché tutti i governi europei hanno immediatamente enfatizzato le ricadute benefiche che la costituzione di un mercato unico completamente liberalizzato prometterebbe di generare, soprattutto per quanto riguarda presunti incrementi del Prodotto Interno Lordo complessivo, la crescita (altrettanto presunta) del reddito pro capite e la creazione (ancor più presunta) di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. Queste conclusioni si basano ovviamente sulle tesi “friedmaniane”, secondo cui lavorando dal lato dell’offerta si alimenterebbe la concorrenza, determinando una corsa al ribasso sui costi che dovrebbe magicamente produrre un incremento del Prodotto Interno Lordo. Nonostante l’assoluta mancanza di prove a supporto di questa tesi che viene ossessivamente ripetuta da decenni, l’aspetto più deteriore della creazione del TTIP sarebbe tuttavia rappresentato dall’uniformazione dei regolamenti, che, visti e considerati i rapporti di forza tra Stati Uniti ed Europa, è possibile immaginare alla tutela di quali interessi andranno a conformarsi.
Prendendo in esame il settore agricolo, va infatti sottolineato che negli Stati Uniti è possibile coltivare e commercializzare Organismi Geneticamente Modificati (OGM), così come utilizzare ormoni per stimolare la produzione di latte bovino e per accelerare la crescita degli animali allevati a scopo alimentare. Il “libero scambio” da un lato determinerebbe l’immediata invasione del mercato europeo di questi prodotti (sulla cui sicurezza aleggiano non pochi dubbi), mentre dall’altro comporterebbe la cancellazione delle denominazioni di origine controllata, non riconosciute negli USA, autorizzando di fatto la commercializzazione di vini, formaggi, oli e di tutte le altre specialità tipiche prodotte in qualsiasi Paese membro del TTIP, infliggendo danni incalcolabili alle piccole e medie aziende locali operanti nel settore. In tal modo, l’area di libero scambio faciliterebbe la penetrazione del mercato europeo da parte dei colossi dell’agri-business, i quali (oltre alle enormi quantità di OGM) immetterebbero cibi trattati con agenti chimici e prodotti agricoli massicciamente sovvenzionati dallo Stato rendendo assai meno competitive le merci locali. Per quanto concerne invece il settore terziario, appare piuttosto significativo il fatto che durante i colloqui preliminari tenutisi nel giugno 2013, Commissione Europea e autorità statunitensi abbiano ventilato l’ipotesi di escludere dalle trattative unicamente i servizi per i quali non esiste offerta privata; acqua, sanità, istruzione e gestione delle strutture carcerarie rischierebbero quindi di subire una vasta, inaudita campagna di privatizzazione che provocherebbe l’eliminazione delle prerogative di cui le strutture statali hanno goduto finora, nonché lo smantellamento definitivo dei sistemi di welfare vigenti in varia forma all’interno di tutti i Paesi europei, da cui trarrebbero enormi guadagni le compagnie statunitensi, abituate ad operare in un sistema quasi completamente privatizzato. Negli Stati Uniti vi sono effettivamente imprese private di dimensioni e forza tali da poter colonizzare il mercato europeo in settori che all’interno del “vecchio continente” sono coperti dall’apparato pubblico, il quale verrebbe immediatamente scardinato dalla corsa al ribasso promossa dal TTIP. Le prospettive divengono invece particolarmente desolanti se si considerano le possibili ripercussioni sull’ambiente, dal momento che le regole in vigore all’interno degli Stati Uniti risultano assai molto meno vincolanti (negli USA non esiste alcuna “carbon tax”) rispetto a quelle europee, per via del primato riconosciuto alle aspettative di guadagno da parte delle aziende sulla difesa della salute pubblica e sulla tutela dell’ecosistema. Non è infatti un caso che diversi colossi petroliferi statunitensi abbiano denunciato presso il tribunale arbitrale del North Atlantic Free Trade Agreement (NAFTA) lo Stato canadese del Quebec, reo di aver votato una moratoria sull’estrazione dello shale gas a difesa della salute dei cittadini, adducendo motivazioni legate alla perdita di guadagno potenziale derivante da tale decisione.
NAFTA

La rimozione delle ultime barriere protettive tra Stati Uniti ed Unione Europea da un lato comporterebbe una consistente perdita economica per i Paesi del “vecchio continente, dal momento che le merci europee subiscono una tassazione media del 3,5%% per entrare negli USA, mentre i dazi medi sulle importazioni di merci prodotte negli Stati Uniti raggiungono il 5,2%. D’altro canto, agevolerebbe l’operato delle multinazionali (anche implementando misure di sicurezza volte a difendere il diritto alla proprietà intellettuale) che, dislocando la produzione nei Paesi del “terzo mondo”, possono permettersi di commercializzare le loro merci a prezzi più bassi rispetto a quelli dei prodotti fabbricati all’interno dei confini europei. La deriva deflazionistica che verrebbe automaticamente innescata dall’istituzione del TTIP costituirebbe una catastrofe in primo luogo per Paesi come l’Italia, in cui le piccole e medie imprese rappresentano la spina dorsale dell’economia nazionale.
Il TTIP presenterebbe quindi svariate analogie con la “area di libero scambio” sognata dai latifondisti cotonieri del sud degli Stati Uniti verso la metà del XIX Secolo. Questi grandi proprietari terrieri – i quali mantenevano un rapporto di stretta interdipendenza con la potenza centrale allora dominante, ovvero la Gran Bretagna, il cui sistema manifatturiero manteneva estremamente elevata la domanda internazionale di cotone – promuovevano linee politiche fondate sui presupposti propri alle teorie liberiste degli “economisti dell’impero” David Ricardo ed Adam Smith; l’area di libero scambio da essi pretesa avrebbe consolidato il rapporto di subalternità geopolitica che intercorreva tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, relegando i primi al ruolo di fornitori di materie prime per conto dei sistemi industriali dei secondi. Non a caso il TTIP è stato paragonato a una sorta di “NATO economica”, poiché se l’Alleanza Atlantica è chiamata a circoscrivere drasticamente il raggio d’azione delle potenze europee, sottoponendolo alla volontà statunitense, l’area di libero scambio transcontinentale mirerebbe a “disciplinare” i rapporti economici con i Paesi che minacciano di intaccare la supremazia statunitense. Non rappresenterebbe infatti una novità che l’intensificarsi delle relazioni commerciali funga da volano per il consolidamento di strette relazioni politiche, sorrette da particolari intese riguardanti i comparti strategici di maggiore rilievo (come l’alta tecnologia). Il TTIP patrocinato da Washington appare pertanto uno strumento “imperialistico” finalizzato a legare indissolubilmente le due sponde dell’Atlantico in un rapporto geoeconomico ideato su misura delle necessità statunitensi. Rafforzando il potere dei mercati finanziari e delle imprese multinazionali sui poteri politici locali attraverso l’incoraggiamento di una concorrenza tra sistemi legislativi atta ad agevolare la pratica del dumping nettamente sfavorevole alle finanze pubbliche, alla conservazione delle condizioni di lavoro, alla tutela dei salari, della sanità pubblica e del benessere generale delle popolazioni , il mercato transatlantico è il risultato di decisioni politiche dettate dalle pressioni esercitate dalle lobby industriali e, soprattutto, finanziarie. Il TTIP si propone di estendere le logiche del “mercato aperto” a livello planetario, in modo da piegare le resistenze opposte dalle popolazioni autoctone di Paesi come l’Ecuador (in cui la Bechtel ha dettato legge per molti anni) assicurando alle grandi compagnie il diritto di depredare le risorse naturali e stringere ulteriormente le nazioni nella morsa del debito. Imponendo gli interessi delle multinazionali a livello mondiale, «Il mercato transatlantico – osserva l’acuto analista belga Michel Collon – contribuirà ad aggravare la povertà e le disuguaglianze tra Nord e Sud, deteriorando sempre più gli ecosistemi, la biodiversità, il clima. Una volta consolidatosi, esso moltiplicherà i rifugiati climatici, rincarerà il prezzo delle derrate di base e ipotecherà l’avvenire e il benessere delle generazioni future» (1).
Effettivamente, l’applicazione di un sistema simile non potrà che favorire, pur in funzione meramente tattica, i grandi esportatori come la Germania, i quali capitalizzeranno un aumento degli sbocchi di mercato per le loro merci, mentre gli Stati più deboli verranno definitivamente privati del controllo sulle loro funzioni vitali – già massicciamente ridotto dall’ingresso nell’Unione Europea.
Non è certo un segreto che la creazione del TTIP risponda ad un preciso disegno geopolitico, elaborato da Washington allo scopo di frenare il proprio costante arretramento attraverso il modello “trilateralista”, che prevede la riorganizzazione del pianeta in “aree di libero scambio” ruotanti attorno al fulcro statunitense. L’evidente crisi della globalizzazione liberista ha infatti spinto gli USA a cercare di potenziare i propri strumenti di influenza e dominio, rappresentati dalle leve militare ed economica. In conformità a questa strategia, gli Stati Uniti hanno accerchiato la Cina sia dal punto di vista militare dislocando navi che fungono da basi galleggianti per le forze speciali dal Golfo Persico al Mar Cinese Meridionale e impiantando proprie installazioni presso Singapore, Thailandia, Filippine ed Australia, sia sotto l’aspetto economico attraverso la creazione del Trans-Pacific Strategic Economic Partnership Agreement (TPP), una “area di libero scambio” che coinvolge numerosi Paesi indio-latini e asiatici escludendo i BRICS, con particolare attenzione al “Paese di mezzo”, la cui crescita economica e politica costituisce un fattore suscettibile di intaccare la supremazia statunitense.
Il Trans-Pacific Strategic Economic Partnership Agreement (TPP) è effettivamente un accordo di libero scambio che coinvolge numerosissimi Paesi affacciati su entrambe le sponde del Pacifico, tagliando fuori la Cina. Oltre agli Stati Uniti, l’elenco dei Paesi che partecipano alle trattative del TPP include infatti Australia, Brunei, Cile, Canada, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.
TPP
Il Giappone, dal canto suo, ha espresso l’intenzione di aderire al progetto. Sviluppato mentre il Pentagono si prodiga per insediare la propria forza militare nella la regione Asia-Pacifico al fine di porre sotto il controllo di Washington le vie attraverso cui la Cina si rifornisce di energia, il TPP rappresenta chiaramente il braccio economico della politica del “pivot asiatico” condotta da Washington, mirante a riunire alcuni dei più promettenti nazioni situate nell’area del Pacifico in un regime di corporate-governance giuridicamente vincolante, convincendo i loro governi ad aderire al progetto attraverso garanzie di protezione dall’“espansionismo cinese” e la promessa di libero accesso al mercato degli Stati Uniti. L’amministrazione Obama intende chiaramente inaugurare un accordo volto ad imporre “una misura unica” volta a sostituire tutte le norme internazionali che limitano la volontà statunitense di regolare gli investimenti stranieri e il saccheggio delle risorse naturali da parte delle multinazionali. Le grandi imprese e i colossi di Wall Street stanno esercitando forti pressioni affinché Governo e Congressoignorino l’incostituzionalità del progetto, inseriscano misure che garantiscano la messa al bando di qualsiasi norma atta a regolare i movimenti di capitale e permettano alle corporation di citare in giudizio i governi nazionali, sottomettendo i Paesi firmatari alla giurisdizione di tribunali arbitrari di investitori. I tribunali internazionali disporrebbero quindi della facoltà di ordinare ai governi di pagare risarcimenti virtualmente illimitati alle grandi aziende, qualora la politica condotta da una qualsiasi delle nazioni membre del TPP andasse a limitare i futuri guadagni degli investitori.
«Recenti statistiche – osserva l’analista politico Nile Bowie – rivelano che la produzione economica combinata di Brasile, Cina e India supererà quella di Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti entro il 2020. Più dell’80% della classe media del mondo vivrà a Sud entro il 2030, in un contesto completamente diverso da quello attuale. Gli Stati Uniti sono economicamente in difficoltà, e il TPP – sogno erotico di Wall Street e la risposta di Washington alla sua diminuzione performance economica – è stato progettato proprio per permettere agli USA di fare grande business con una maggiore partecipazione nella regione emergente del Pacifico attraverso l’imposizione di un modello economico di sfruttamento sui Paesi firmatari che esenti le multinazionali e investitori privati ​​esenti da qualsiasi forma di responsabilità pubblica»(2).

E’ evidente che la strategia di Washington fondata sulle intimidazioni di natura militare e i tentativi di marginalizzazione economica dei Paesi non allineati attraverso la creazione di “aree di libero scambio” è destinata ad acuire le tensioni internazionali e suscitare nuovi pericoli di guerra. Si tratta di uno scenario che presenta diversi punti di contatto con quello di inizio ‘900, in cui il militarismo di matrice imperialista e l’espansione del liberismo economico che caratterizzò la prima, embrionale tendenza “globalizzante” si combinarono tra loro, innescando una micidiale sinergia negativa che condusse alla Prima Guerra Mondiale.

NOTE
1. Michel Collon, Ce que l’accord de libre-échange entre l’UE et les USA pourrait changer, http://www.michelcollon.info/Ce-que-l-accord-de-libre-echange.html?lang=fr.
2. Nile Bowie, The Trans-Pacific Partnership (TPP), An Oppressive US-Led Free Trade Agreement, A Corporate Power-Tool of the 1%, http://www.globalresearch.ca/the-trans-pacific-partnership-tpp-an-oppressive-us-led-free-trade-agreement-a-corporate-power-tool-of-the-1/5329497.
*Giacomo Gabellini è cartografo di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e autore dei libri “La parabola. Geopolitica dell’unipolarismo statunitense” e “Shock. L’evoluzione del capitalismo globalizzato tra crisi, guerre e declino statunitense”, pubblicati da Anteo Edizioni. Ha tenuto lezioni inerenti le cosiddette “primavere arabe” presso l’Università di Teramo.

mercoledì 5 giugno 2013

FISHEAD 2012

Fishead: Un interessante Documentario sullo stato psico sociale della nostra civilizzazione e della nostra cultura.



Ecco il link alla versione sottotitolata:
http://www.youtube.com/channel/UC6vLTkSRvNn5LxAU2V4QA6A

giovedì 16 maggio 2013

Il filo che unisce sfruttamento energetico ed idrico

Dalla Newsletter Acquabenecomune


Il filo che unisce sfruttamento energetico ed idrico 


Si è svolta a Roma dal 28 al 30 Aprile la tre giorni di Stopenel  (www.stopenel.org) che ha visto la partecipazione  di comitati, movimenti, associazioni e comunità che si battono contro il modello energetico dell'ENEL fatto di carbone e finte rinnovabili in Europa e grandi dighe in America Latina. 
Presenti  tutta la rete no Coke, il  coordinamento SOS Geotermia dell'Amiata, rappresentanti delle associazioni ambientaliste dell'Est Europa,  dove la società italiana investe anche nel nucleare,  e delle comunità cilene, colombiane e guatemalteche che lottano contro la costruzione di grandi dighe nei loro territori. 
Ma qual'è il filo rosso che lega questi impianti diversi e lontani fra loro?


Innanzitutto l'ENEL che, con l'acquisto di Endesa nel 2009, eredita il pesante bagaglio postcoloniale della società spagnola inclusi in progetti in Cile dove, grazie alle leggi varate da Pinochet ancora oggi in vigore,  possiede la quasi totalità dei diritti di sfruttamento dei fiumi del paese.  
Poi il protocollo di Kyoto. L'approccio finanziario e mercatista alla lotta al cambiamento climatico non solo non  serve all'obiettivo preposto ma sta aggiungendo devastazioni a devastazioni.  Infatti secondo il  "Meccanismo di Sviluppo Pulito"  ogni diga costruita nei paesi meno industrializzati da diritto a dei crediti di emissioni.  E' possibile "spendere" questi crediti per compensare  le emissioni delle centrali di Civitavecchia, Brindisi o La Spezia senza essere obbligati alle riduzioni previste. Non solo. Costruendo un numero elevato di dighe in America Latina si ottiene un esubero di certificati di emissioni i che possono essere venduti sul mercato di crediti di carbonio ed utilizzati per strutturare prodotti finanziari derivati.  
Inoltre questi progetti  rispondono  tutti al  medesimo obsoleto e ormai irricevibile modello economico.  In America Latina si chiama locomotiva minerario-energetica,  le comunità vengono sradicate dalle proprie terre e private dell'accesso all'acqua per produrre energia destinata all'estrazione minerararia che continua ad alimentare economie interamente basate sull'esportazione di materie prime. Da noi si tratta di quel modello industriale ci ha sprofondato nella crisi economica e ambientale che stiamo vivendo, a causa della sua incapacità di riconvertirsi.  Quel carbone colpevole di un morto al giorno. Quel cemento che ogni anno erode migliaia di ettari di terra fertile. Quella infrastrutture inutili che servono solo a chi le promuove con tanto affanno.  
Infine hanno in comune il fatto di essere imposte e rifiutate dalle comunità locali che  stanno articolando la resistenza a questi progetti per riprendersi il diritto all'acqua, alla terra, ad un'aria respirabile, ad un lavoro che valorizzi le vocazioni del territorio invece di distruggerle.  

Lo slogan positivo scelto dalla rete  di Stop ENEL è: "Per un nuovo modello energetico". Il modo di generare, distribuire e consumare energia è intimamente legato al modello economico e sociale. Un nuovo modello energetico necessita una trasformazione profonda dalla gestione delle risorse e del territorio.  Per questo nella sua assemblea la rete ha deciso di camminare sempre più vicino agli altri movimenti.

giovedì 28 marzo 2013

La vita senza contanti a Cipro


http://www.ilpost.it/2013/03/25/cipro-senza-contanti/

La vita senza
      contanti a Cipro
— MONDO

La vita senza contanti a Cipro

Banche chiuse da una settimana, code ai bancomat, negozi che non accettano più le carte e tetto sui prelevamenti: storie da un posto in difficoltà

25 marzo 2013
Uno dei molti problemi provocati dalla crisi di Cipro negli ultimi giorni è la mancanza di denaro contante. Negli ultimi giorni, infatti, si era discussa e sembrava molto concreta l’ipotesi che tutti i conti correnti del paese potessero essere interessati da un prelievo forzoso. L’ipotesi è stata bocciata dal Parlamento ma le banche sono chiuse da lunedì 18 marzo, per evitare una “corsa agli sportelli”, ed è stata molto limitata la quantità di denaro che si può prelevare dai bancomat. L’eventuale riapertura sarà discussa nelle prossime ore, dopo l’approvazione del piano di salvataggio concordato con i ministri delle finanze dell’Eurogruppo. Piano di salvataggio che peraltro prevede la chiusura della seconda banca più importante del paese e grossi perdite per i correntisti più ricchi.
La decisione di chiudere le banche e limitare la quantità di contanti che si possono ritirare sta facendo danni all’economia del paese e alla vita delle persone. Per prima cosa non tutti hanno una carta di credito o un bancomat: molti, sopratutto i più anziani, possiedono solo un libretto degli assegni e non possono accedere in alcun modo al loro denaro. James Angelos racconta sul Wall Street Journal, per esempio, la storia di una signora anziana che aveva proposto al proprietario di un alimentari di pagare la spesa con un assegno di 170 euro e ricevere il resto in contanti, ma il negoziante aveva rifiutato e la signora era dovuta andarsene senza comprare niente.
La situazione si è aggravata giovedì mattina, quando in poco tempo gli sportelli bancomat sono rimasti senza contanti e le persone hanno dovuto fare lunghe file spostandosi da uno sportello all’altro nella speranza di poter ritirare dei soldi. Domenica 24 marzo la Banca di Cipro ha portato a 120 euro al giorno la cifra massima che si può ritirare dagli sportelli. La banca Laiki, che secondo il piano di salvataggio verrà chiusa, ha imposto un limite massimo di 100 euro. Le persone stanno limitando gli acquisti allo stretto indispensabile, soprattutto al cibo, e passano ore in coda agli sportelli. «Siamo qui perché domani potrebbe non esserci niente da ritirare», ha detto al Wall Street Journal Giorgos Kyriakides, proprietario di un’azienda che importa cosmetici, mentre aspettava di ritirare il suo denaro da un bancomat della Laiki. Petros Prokopiou, 34 anni e due figli, ha detto di aver ritirato in alcuni giorni 500 euro, il massimo disponibile, perché teme che i negozi non accettino più la sua carta di credito.
Dalla fine della scorsa settimana, infatti, i negozianti hanno iniziato a rifiutare gli assegni e i pagamenti con carta di credito e bancomat, soprattutto di conti delle banche più in difficoltà. Venerdì mattina molti bar e negozi di alimentari avevano attaccato alla vetrina foglietti con scritto «solo contanti». Elena Becatoros racconta per Associated Press che la proprietaria di un minimarket, Jenny Dobreva, ha dovuto mandar via un cliente che voleva comprare un accendino perché non aveva abbastanza resto in contanti da dargli. «Le banche sono chiuse e sembriamo zombie», ha detto il fiorista Stelios Stylianou. «Non possiamo fare ordini, rendere i depositi o pagare i nostri fornitori. Devono riaprirle, sta causando un enorme problema».
Una grossa difficoltà che i negozianti devono affrontare è l’impossibilità di fare e ordini e pagare i loro fornitori, a meno di racimolare con difficoltà le somme in contanti. Molti hanno dovuto ridimensionare le loro ordinazioni perché non erano in grado di pagarle. Kyriacos Papayiannis, proprietario di un supermercato a gestione familiare, sta ordinando meno cose per conservare i contanti, e giovedì ha pagato 400 euro in contanti per una consegna di cibo per bambini, una quantità molto più esigua di quella che richiede di solito. Andreas Yianni è il proprietario di un stazione di servizio nella capitale Nicosia. Entro mercoledì deve pagare 22 mila euro, di cui un terzo in contanti, per ottenere una fornitura di benzina e tenere aperto il distributore. Per questo chiede ai suoi clienti di essere pagato in contanti. Altri commercianti hanno fatto ricorso al baratto per pagare i debiti, come Sakis Siakopoulos, proprietario di un chiosco e un ristorante, che ha offerto a un fornitore di carni greco un carico di formaggio cipriota anziché il solito bonifico. «Se ti do un assegno chi lo sa se domani ci sono ancora e non sono in bancarotta».
La chiusura delle banche ha causato difficoltà anche nel commercio con l’estero, dove i negozianti non conoscono bene la situazione del paese e sono meno disponibili ad andare incontro alle difficoltà dei ciprioti. Il capo della Camera di commercio di Cipro, Fidias Pilidis, ha confermato che «il grosso problema è all’estero, dove gli uomini d’affari e i fornitori non hanno la stessa tolleranza che qui per il ritardo dei pagamenti». Sergey Vyurkov, direttore della società Elysion che si occupa di commercio marittimo, ha detto che «per i nostri affari è un momento davvero difficile. Le nostre navi viaggiano in tutto il mondo, le tariffe portuali devono essere pagate altrimenti le navi non ricevono i servizi e alle volte non possono lasciare il porto. E dobbiamo occuparci delle navi ogni giorno, non possiamo fermarci perché è un mercato mondiale e non possiamo permetterci di perdere la nostra reputazione»·
Foto: Un mercato a Nicosia, 23 marzo 2013 (AP Photo/Petros Gian

lunedì 24 dicembre 2012

Il governo ha scelto di non tutelare l'azionariato popolare


Il 21 dicembre è stata approvata in via definitiva la legge di stabilità 2013 che non prevede l'esenzione dal pagamento dell'imposta di bollo per depositi titoli di modesta entità (fino a 1.000 euro).
In queste settimane ci siamo impegnati per chiedere al governo di non penalizzare le esperienze di democrazia economica attraverso una petizione che è stata firmata da oltre 10.000 cittadini e alla quale hanno dato appoggio convinto anche alcune banche popolari e tutta la Federazione delle Banche di Credito Cooperativo.
I depositi titoli che verranno tassati senza rispettare alcun principio di progressività, non rappresentano ingenti ricchezze, ma sono l'espressione del desiderio di partecipazione di migliaia di persone che hanno scelto di essere protagoniste di percorsi di democrazia economica. Siamo consapevoli che gli spazi di manovra per trovare risorse per le nostre finanze pubbliche erano davvero minimi, ma siamo anche consapevoli che era possibile una scelta diversa.
Adesso guardiamo avanti. In questi 14 anni di attività Banca Etica non ha mai avuto aiuti o regali, ma si è sempre attenuta alle regole del sistema finanziario tradizionale, contando esclusivamente sull'apporto di cittadini e organizzazioni che ci hanno permesso di diventare una delle esperienze più significative di finanza alternativa a livello globale.
E continueremo insieme su questa strada.
In questi giorni di intensa attività siamo riusciti, grazie a quanti hanno sostenuto l'iniziativa, a dare visibilità e rilevanza alla nostra banca: la Commissione Bilancio del Senato ha dovuto affrontare diversi emendamenti che andavano nella direzione da noi proposta e in un ordine del giorno che impegnava il governo a rivedere la tassazione sui depositi titoli si fa esplicito riferimento a Banca Etica.
Oggi più di ieri siamo convinti che le nostre proposte debbano essere al centro dell'agenda politica: nelle prossime settimane stileremo un elenco di domande e proposte da porre a chi si vorrà candidare a guidare il paese in vista delle prossime elezioni. Le questioni finanziarie, dalla Tobin Tax alla regolamentazione dei mercati, sono di vitale importanza per lo sviluppo futuro.
Un grazie speciale a tutte le persone che si sono adoperate per dare forza alla nostra proposta e a tutti l'augurio di un sereno 2013 all'insegna dell'impegno comune per continuare insieme a fare di Banca Etica uno strumento a servizio dello sviluppo umano e ambientale.
Ugo Biggeri - Presidente Banca Popolare Etica

venerdì 14 dicembre 2012

ACQUA, I PADRONI DI TUTTO. CHI NON VUOLE I DISSALATORI DI PONZA E VENTOTENE. VEOLIA CI GUADAGNA


Da Latina Oggi del 13 dicembre 2012

ACQUA, I PADRONI DI TUTTO. CHI NON VUOLE I DISSALATORI DI PONZA E VENTOTENE. VEOLIA CI GUADAGNA

di Graziella Di Mambro

C'era un anello mancante nello strano caso della mancata costruzione dei dissalatori sulle isole di Ponza e Ventotene, dove l'acqua potabile continua ad arrivare su navi cisterna. I due impianti dovevano essere completati entro il 2006, sono passati invano altri 6 anni e oltre 6 milioni di euro spesi ogni anno per pagare i trasportatori (Vetor) e Acqua Campania. Chi non li ha voluti costruire? Ufficialmente il ritardo è dovuto ai Comuni di Ponza e Ventotene. Ma in realtà c'è chi ha interesse a ritardare: Veolia, il socio di minoranza di Acqualatina.
C'erano una volta due progetti utili entrati, tra gli altri, nel piano di investimenti di Acqualatina e che dovevano essere realizzati con la collaborazione finanziaria della Regione Lazio. Sono i dissalatori di Ponza e Ventotene, mai costruiti; per un certo periodo il loro costo è stato anche ammortizzato sulle bollette dell'acqua ma poi il ricavato è stato spostato su altre voci sempre di investimento. Nessuno si è ancora spiegato, fino ad oggi, perché non si riesca a costruire sulle isole due impianti del costo di 9 milioni di euro e nel frattempo l'acqua arrivi su navi cisterna pagate dalla Regione Lazio oltre 6 milioni di euro l'anno. Acqua che peraltro viene fornita gratuitamente dal Comune di Cassino su convenzione della Regione Lazio con la società Acqua Campania, la quale la vende alla Regione Lazio medesima dopo averla portata a Napoli tramite l'acquedotto della Campania Occidentale pagato dalla Cassa per il Mezzogiorno. Acqua Campania mette nelle sue casse milioni di euro solo per fare da passacarte, posto che la rete è stata pagata dallo Stato. Il caso e il data base delle Camere di Commercio aggiungono qualcosa a questa curiosa storia. Acqua Campania è partecipata per il 24% da Veolia, il gruppo francese che è anche socio di minoranza di Acqualatina, la società che doveva costruire insieme alla Regione Lazio e all'Ato4 i dissalatori di Ponza. Se partono i dissalatori Acqua Campania non guadagnerà più i soldi delle navicisterna. Il termine ultimo per costruire i due dissalatori era il 2006, dopo l'Ato4, presieduto da Armando Cusani come presidente della Provincia di Latina, doveva caricare sul suo bilancio l'onere degli impianti. Dunque Acqualatina (e Veolia) non rischiano nulla per i ritardi, essendo l'Ato4 l'organo di controllo pubblico del gestore delle acque. Nello stesso periodo in cui scadeva il termine ultimo per costruire i dissalatori all'interno del consiglio di amministrazione di Acqualatina S.p.A., per conto del socio privato Veolia c'era Giansandro Rossi, consigliere di amministrazione anche di Acqua Campania. A presiedere lo stesso cda c'è Stefano Albani che è anche amministratore delegato di SiciliaAcque, altra società controllata da Veolia indirettamente, attraverso Idrosicilia. Sempre casualmente succede che in Sicilia si verifichi lo stesso «giro» dell'acqua. La quale viene prelevata a prezzo fisso dai pozzi sulla base di una convenzione con la Regione, ma poi la stessa Regione Sicilia la ricompra dalla società a prezzo maggiorato e questo scherzetto è costato 50 milioni di euro all'ente pubblico ma è valso circa 45 milioni a quelli di Siciliaacque e Veolia medesima. Che comunque ha le mani su quasi tutti gli acquedotti del sud, compreso il 47% del pacchetto azionario di Sorical (acquedotto della Calabria) in cui fino a poco tempo fa l'amministratore delegato era Raimondo Besson, oggi ad di Acqualatina S.p.A. per conto del socio privato Veolia. Perché Besson dovrebbe incatenarsi per costruire i dissalatori sulle isole, pur avendo detto sempre che sono utili e Acqualatina li vuole, sapendo che questi danneggiano economicamente la società che lo ha messo a fare l'ad in Acqualatina e in Sorical? È una domanda difficile. Alla quale sicuramente la Regione Lazio non ha voluto rispondere e nemmeno i Comuni e men che mai l'Ato4 che si è tenuta le due isole in queste condizioni senza arrabbiarsi mai. E anzi proprio l'Ato4 ha appena festeggiato «dieci anni di successi». Di chi?

Acqualatina, il ruolo chiave
Acqualatina accetta la gestione del servizio nel 2002 impegnandosi a costruire i dissalatori sulle isole entro il 2006, mette il costo in bolletta ma poi lo dirotta su altre opere. L'Ato4 e la conferenza dei sindaci avallano.
Acqua Campania, trasportatori
Acqua Campania si prende gratis l'acqua a Cassino regalata dalla Regione Lazio, la porta a Napoli con una rete costruita dalla Casmez e poi la rivende alla Regione Lazio che paga e non si lamenta sui dissalatori.
Siciliacque, cattivo esempio
In Sicilia c'è un «giro» analogo dell'acqua, venduta a prezzo fisso e poi ricomprata a prezzo maggiorato. I nomi che figurano nella società sono gli stessi di Acqua Campania.

ALL'OMBRA DI MISTER PISANTE. LE TRACCE DELL'UOMO CHE STA OVUNQUE SI TROVANO RETI IDRICHE

Dovunque si parla di gestione delle reti idriche e del business dell'acqua si trova un nome, quello di Giuseppe Antonio Pisante. Seguire le sue tracce vuole dire entrare in un ginepraio di società che portano sempre allo stesso posto: il settore dell'acqua e dei rifiuti. Stava dentro l'Acquedotto Pugliese, essendo originario di quelle parti (pur se trapiantato a Milano da molti anni), società che all'inizio della gestione aveva il 23% delle quote del pacchetto privato di Acqualatina S.p.A. Diciamo pure che contava qualcosa dentro il gestore delle acque di Latina. E infatti quando scatta l'indagine sugli appalti in house (con provvedimenti poi revocati dalla stessa Procura di Latina, che li aveva chiesti) gli uomini dei soci privati della società, ossia Silvano Morandi e Bernard Cyna parlano spesso di Giuseppe Pisante nelle mail che si scambiano a proposito dei futuri servizi da porre in appalto. Per esempio: «... dobbiamo far capire questo ai nostri amici di ENEL e a mister Pisante». Di Pisante parla spesso Raimondo Besson con Cyna, come risulta dal fascicolo dell'inchiesta e dagli atti del GIP del Tribunale di Latina. Pisante è uno dei privati che controllano Sicilia Acque insieme a Veolia e ad ENEL. Quando l'Acquedotto Pugliese ha lasciato il pacchetto azionario di Acqualatina a chi ha venduto? Ad ENEL Hydro che aveva già un suo 23% e che sommato a quello di Acquedotto Pugliese faceva il 46%, esattamente la quota che poi ENEL ha venduto a Veolia facendola diventare il primo azionista privato di Acqualatina S.p.A.

giovedì 8 novembre 2012

erba gazzelle leoni e turisti

Tratto da finanzaonline 0ttobre/2012
 

erba gazzelle leoni e turisti


"La crisi che sale dal basso" (di Uriel Fanelli) 

Ho ricevuto una richiesta, ovvero una domanda, che recita piu' o meno cosi': "ma se c'e' la crisi e se ci sono 2.8 milioni di disoccupati in Italia, perche' vedo ancora ristoranti pieni e belle auto in giro?". La domanda sotto sotto e' meno stupida di quanto non sembr...i a prima vista, e la risposta e' che ... le grandi crisi arrivano dal basso.

Provate ad immaginare una ipotetica catena alimentare. C'e' l'erba che nutre la gazzella, la gazzella che nutre il leone, il leone che fa arrivare i turisti che pagano il parco naturale per mantenere tutto questo intatto.

Avuta l'immagine? Mettetela da parte e andiamo a ragionare, la ritroveremo in seguito.

Partiamo dal presupposto che i 7/8 del paese vivano di rendita. Che cos'e' una rendita? La rendita e' una posizione tale per cui , una volta raggiunta, non occorra alcuno sforzo competitivo per essere mantenuta. Facciamo alcuni esempi:

1. Ho comprato due appartamenti e li affitto. In tal caso, vivo perche' ho comprato due case. Posizione di rendita classica.
2. Una legge dice che ogni azienda debba avere una contabilita' certificata e quindi io faccio il commercialista oppure sono CNA, Conf* e offro servizi di contabilita'.
3. Una legge dice che la scuola e' obbligatoria e io vendo/stampo libri scolastici che le famiglie sono costrette a comprare, perche' la legge impone anche il titolo dei libri senza dare scelta.
4. Una legge impone che tutti i negozi abbiano una certificazione X sugli impianti elettrici e io devo andare per forza da un elettricista abilitato a tali certificazioni.
5. Una legge impone che le auto debbano essere collaudate e testate ogno tot anni e io ho un'officina automobilistica.
6. Per essere ascoltati da una assicurazione dopo un incidente occorre che scriva un avvocato, e io faccio proprio l'avvocato e il mio lavoro e' per cospicua percentuale di fare lettere alle assicurazioni.

Potremmo continuare all'infinito. Ebbene, se il mondo del lavoro in se' e' l'erba, questo e' il primo strato di rendite , diciamo che la gazzella mangia l'erba.

Sulla gazzella poi ci sono le aziende di servizi terziari, diciamo ditte di software per commercialisti, case editrici, corsi di qualificazione per elettricisti, corsi di qualificazione per meccanici, tirocinii poco pagati di giovani avvocati.

Sopra tutto c'e' l'industria dei consumi di lusso, come vacanze, ristoranti, macchine costose, e tutti gli indicatori coi quali voi leggete che "non vedete la crisi". E' il leone che mangia la gazzella.

Tutto questo va a vantaggio di chi mantiene il parco, il turista,che in cambio di tutta questa scena mette in atto le tutele che servono (leggi, tribunali, ospedali, strade, etc) al parco per funzionare.

Ora, adesso andiamo al punto: questa crisi sta colpendo il mondo del lavoro. Si sta, cioe', seccando l'erba. Ma attenzione: siamo ancora in una prima fase.

La famiglia continua a svenarsi per pagare i collaudi all'auto -cui non puo' rinunciare- , a pagare i libri ai figli -sso' pezz'e core- , i negozi pagano le certificazioni agli elettricisti, i negozi pagano i commercialisti per i bilanci, e cosi' via.

Quindi l'erba e' un pochino giallina, insomma non e' piu' un bel prato verde, ma ancora le gazzelle non muoiono di fame.

Cosi', voi siete come turisti che vanno al parco e si trovano i leoni, le gazzelle, e un'erba che si, e' gialla e secca. Poiche' loro badano ai leoni e alle gazzelle (semmai volessero vedere erba potrebbero scegliere altre mete), nessuno nota che l'erba e' secca. Ci sono i leoni e ci sono le gazzelle: il parco e' OK.

Allo stesso modo, quando dite che i ristoranti sembrano ancora pieni e che ci sono le code sulle autostrade per andare al mare e vedete un sacco di macchinoni, state osservando solo leoni e gazzelle. Che ancora vivono.

E se guardaste anche l'erba, notereste che e' gialla.

In realta' neanche le gazzelle sono quelle di prima: la verita' e' che voi come turisti non notate se in un giorno incontrate 100 gazzelle o ne incontrate 80. Per voi ce ne sono gia' abbastanza.

Cosi' quando dite: i ristoranti sono pieni, mi viene da chiedere se avete contato i ristoranti. Forse non sono piu' cento, ma 80. E cambia, perche' fa gia' -20%.

Cosi' il ristorante e la gazzella hanno una cosa in comune: quando hanno abbastanza cibo, li vedete in buona salute. Se non hanno abbastanza cibo, muoiono e non le vedete piu'. Cosi' vedete ancora 80 ristoranti pieni, ma non vedete i 20 che hanno chiuso.

La crisi, cioe', viene dal basso, e quando potrete finalmente notarla perche' i ristoranti da 100 sono diventati 30, ormai sara' troppo tardi.

In Italia il mondo delle rendite e' enorme, e spesso si basa su consumi di base: libri scolastici, affitti, automobili, riscaldamento, casa, vestiti. Nelle aziende si basa su servizi di base, contabili, burocratici, eccetera.

E se le rendite in Italia sono i 7/8 della ricchezza, significa che anche distruggendo il 50% del lavoro, i pochi sipravvissuti si troveranno a mantenere la stessa catena alimentare.

Se ci pensate, immaginate che da domani l'erba sia la meta'. Le gazzelle inizieranno a correre qui e la' per mangiarla tutta, e non mangeranno di meno. Ma in percentuale, mangeranno molta piu' erba. A quel punto, l'erba non si riprodurra' piu', e dopo qualche tempo , quando tutto sara' deserto e non ci sara' un filo d'erba, solo in quel momento le gazzelle cominceranno a morire.

Ma, e qui viene il bello, il parco rimarra' in piedi. Rimarra' in piedi perche' quando ci saranno piu' gazzelle deboli per la fame, ai leoni sara' piu' facile la caccia. Cosi', inizialmente vedrete una drastica diminuzione di erba, una grossa diminuzione di gazzelle, ma il turista vedra' un bel sacco di leoni! Che bel parco!

Questa e' la fase che si ottiene quando si inizia a parlare di "industria del lusso vincente" nel mezzo di una crisi. Le poche aziende forti fagocitano il mercato avendo agio di distruggere quelle deboli, che agonizzano. In questo stato, si nota un aumento di dimensione delle aziende, e persino una crescita di stipendio (perche' le grandi aziende hanno i dirigenti che alzano la media).

In un paese come l' Italia, ove le rendite sono i 7/8 della ricchezza, occorreranno ancora ANNI prima che vediate i ristoranti vuoti.

A questo si aggiunge il fatto curioso che i turisti danno da mangiare ai leoni: lo stato, cioe', paga 3.600.000 stipendi ogni mese. I quali finiscono anche a sfamare i leoni ed annaffiare l'erba del parco, sfamando cosi' le gazzelle. In questa situazione, cioe', si aggiunge un fattore di inerzia, per il quale lo statale spende ancora quanto prima, e continua ad alimentare il ciclo economico.

3.600.000 famiglie che comprano libri scolastici costosissimi, che pagano automobili , eccetera, sono un bell'aiutino. Che non risolve la situazione, certo, ma se sfamano i leoni, possiamo rivendere il parco come "parco dei leoni", e alla fine dei conti chissenefrega di gazzelle ed erba? Siamo il parco dei leoni! O meglio, la nazione del cibo biologico, del vestire bene, insomma la nazione del lusso.

Cosi', avete ancora dei leoni in giro, e dite "ehi, ma dov'e' questa siccita'? A me senbra che il parco sia bellissimo!E' pieno di leoni!".

Non vi accorgete di tutto questo perche' alla fine l'erba non l'avete mai guardata, e anche le gazzelle sono belle ma insomma, voi siete al parco per vedere i leoni.

Allora voi guardate i ristoranti pieni e le code in autostrada, ma quelli non sono i disoccupati o il mondo del lavoro: quello sono gli strati superiori della catena alimentare.

Com'e' una crisi che arriva ai livelli alti della catena alimentare?Allora, una crisi che ha quasi ammazzato tutta l'erba e molte le gazzelle e' la crisi passata dall' Irlanda.

Lavoro a pezzi , privati e PMI nella *****, indebitati sino al collo. Ma i leoni ancora forti e il parco ancora attraente.

Se osservate la Spagna, notate che crepano di fame anche i leoni, cioe' Banche , assicurazioni , immobiliare e terziario, e i turisti stanno calando sempre di piu' perche' lo stato e' in bancarotta.

Se osservate la Grecia, non e' rimasto nulla e i turisti non vanno piu' a sostenere il parco perche' lo stato e' a pezzi (1). Erba, gazzelle e leoni sono morti.

L' Italia in questo momento sta per entrare in quella che io definirei "fase irlandese", quella ove si sgonfiano i debiti e le aziende si piegano su se' stesse. Il governo irlandese ha reagito detassando le aziende e sistemando i debiti, il governo italiano ha reagito tassando ancora le aziende e sostenendo i debiti, cioe' seminando ancora piu' crisi.

La terza fase, quella spagnola, e' ancora in incubazione, con le banche italiane in difficolta' e l'immobiliare che comincia a mostrare il fiatone. Per ora lo stato ha prestato soldi ad MPS (nel decreto spending review! ah! ah! ah!) , e sull'immobiliare ha piazzato un IMU, cioe' ha seminato ancora piu' crisi.

L'ultima fase e' quella greca, in cui lo stato smettera' di essere il turista che sfama i leoni, ovvero smettera' di dare soldi. Tagli, tagli e ancora tagli, licenziamento di statali e tagli alle retribuzioni. Qui sarete nella fase greca, che si sta preannunciando con l'indebolimento dei contratti di lavoro statali.

In questa fase l'italia e' ancora nella fase pre-irlandese, con due differenze:

1. I rimedi applicati sono peggiori del male.
2. Si notano tutti i sintomi delle fasi successive, gia' presenti e distinti.

Quindi no, ancora per il 2012 e forse il 2013 non vedrete, sulle strade , sintomi evidentissimi di crisi. Vedrete meno gazzelle, meno erba, ma ancora molti leoni. A voler cercare potreste notare erba secca e gazzelle molto magre, ma preferite guardare i leoni.

Ma questo e' dovuto ad una crisi che sale dal mondo del lavoro, ovvero dalla sua precarizzazione. Sale dal basso, e siccome i consumi che misurate non sono MAI stati tipici della working class, notate poco il loro calo.

Ma questo non significa che non ci sia crisi. Significa che voi non guardate l'erba perche' misurate la ricchezza di un parco dal numero di leoni. Voi misurate la ricchezza in macchine di lusso, ristoranti costosi pieni, vestiti firmati, e questi non sono i consumi della working class. Cosi' non potete notare il crollo dei consumi che avviene alla base dell'economia.

Se misuraste parrucchieri economici avreste notato che la working class si taglia i capelli meta' volte di prima in un anno, anche meno. Se misuraste i mercatini rionali notereste che le sciure hanno una sporta dove prima ne avevano due. Se misuraste i consumi tipici notereste , anziche' il numero uguale di macchine di lusso, un numero sempre piu' esiguo di utilitarie (un 30% in meno di immatricolazioni non si fa coi SUV, sapete? Non pesano il 30% del mercato, quelli).

Quindi il parco e' in piena siccita'. Per ora non lo notate quando guardate i leoni, potreste notarlo sulle gazzelle, e lo notereste di sicuro se guardaste l'erba.

Per ora, non noterete nulla.

Le fasi successive sono veloci, scoppiano in fretta (avete visto la Spagna?) e colpiscono durissimo in pochissime settimane.

Continuerete cosi' per un pochino, convinti che siete stabili, cosi' come dicevano spagnoli e greci. Poi, improvvisamente, il botto: le banche hanno bisogno urgente di aiuto. Sono i leoni che non trovano piu' gazzelle. E quando andrete a vedere, scoprirete che le gazzelle sono estinte da tempo, e che l'erba non si vede piu' da anni. Prima direte, come gli spagnoli, che bastano 14 miliardi. Poi 40. Poi 100. Adesso siamo gia' a 300. Perche' mano a mano che andate a cercare di salvare i leoni, prima contate quante poche gazzelle siano rimaste, e poi andate a misurare quanta erba ci sia ancora a terra. E mano a mano che risalite la catena, scoprite danni sempre piu' grandi.

Sono crisi che si preparano per molti anni, ma poi scoppiano in poche settimane.

E le vedete solo se guardate l'erba. I leoni, fino all'ultimo, vi sembreranno sani. 
(Uriel Fanelli)

(1) Qualcuno mi dice che lo stato greco ha i conti in ordine. Oh, si. Gli statali greci hanno avuto lo stipendio ridotto da livelli europei a 400 euro al mese, pero'. Diciamo che di leoni, i nostri turisti, ne sfamano pochini.

sabato 3 novembre 2012

Jak Bank Italia

Cos’è JAK

JAK è un acronimo in lingua svedese: Jord, Arbete, Kapital. In italiano Terra, Lavoro, Capitale, tre elementi di base del sistema economico.
JAK Medlemsbank è una banca che opera in Svezia dal 1973 utilizzando un metodo molto particolare: i risparmiatori non ricevono interessi sul capitale versato, mentre coloro che prendono prestiti pagano unicamente una commissione, corrispondente ai costi di gestione della banca.
JAK è una teoria economico-finanziaria che afferma che il denaro è stato inventato e va utilizzato allo scopo di migliorare la qualità della vita degli esseri umani.
JAK è un gruppo di italiani che operano per trasformare questa teoria in concreta realtà, anche qui in Italia.
JAK è un progetto di futuro volto a realizzare un soggetto bancario che si faccia promotore della circolazione del denaro e della redistribuzione della ricchezza. Gli attuali scenari economici e finanziari mostrano quanto il tradizionale modello induca, da un lato, alla contrazione dei risparmi; e, dall’altro, a una crescente difficoltà a rimborsare il debito, visti gli alti costi dei finanziamenti. Conseguenza di tutto ciò è l’aumento della disuguaglianza tra persone benestanti e quelle in disagio economico. Jak Italia propone un progetto di business sociale “no profit”: obiettivo è la sostenibilità economico-finanziaria, non la massimizzazione del profitto, tanto che i capitali prestati non sono remunerati da interessi ma solo da contributi necessari a sostenere le spese di gestione. Mira, inoltre, a sostenere lo sviluppo di una coscienza ambientale e il credito all’economia locale.
Una nuova immagine di banca, insomma, prende vita: una banca gestita dalle persone (ogni socio gode di un voto nell’assemblea) che mettono a disposizione di altre persone i propri risparmi. Un luogo in cui i soci non pagano, né ricevono interessi. Un sistema virtuoso e sostenibile che mette i soci al riparo anche dall’inflazione in quanto la perdita di potere d’acquisto è compensata dalla possibilità di ricevere finanziamenti a costo ridotto.

martedì 23 ottobre 2012

OGM: sentenza Ue apre a mais transgenico in Italia

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/sentenza_ue_apre_mais_ogm_italia.htm

Una sentenza della Corte di giustizia europea riconosce alla Pioneer il diritto di distribuire mais OGM in Italia. Secondo il tribunale con sede a Lussemburgo, l'ingresso nel Paese di varietà già ammesse a livello comunitario non può essere bloccato da leggi statali o regionali.

di Angela Lamboglia - 12 Settembre 2012


Pioneer incassa il supporto della Corte di Giustizia europea nella battaglia contro il ministero italiano delle Politice agricole. Secondo il Tribunale Ue, la società ha diritto a distribuire i suoi prodotti in tutti paesi dell'Unione, Italia compresa.
Nel 1998 Pioneer aveva infatti ricevuto l'autorizzazione a commercializzare linee pure ed ibride del mais Mon 810 nel mercato unico - e successivamente aveva ottenuto l'iscrizione di 17 varietà derivate nel catalogo comune della Commissione europea. Guadagnato il via libera dall'Ue, la società si era rivolta agli Stati membri richiedendo la messa a coltura dei nuovi prodotti.
Ma in Italia il ministero delle Politiche agricole ne aveva bloccato la richiesta, in mancanza della normativa che, in base al decreto legge n. 279/2004, dovrebbe regolare la coesistenza tra semi OGM e semi tradizionali sul territorio nazionale.
La Pioneer però non si è data per vinta e si è rivolta al Tribunale europeo che, alla fine, le ha dato ragione: dalla data di pubblicazione nel catalogo comune, gli stati Ue non possono introdurre restrizioni alla circolazione delle nuove varietà di alimenti e mangimi.
La sentenza in realtà non stupisce. Un diverso giudizio sarebbe stato incompatibile con le normative comunitarie che disciplinano la messa in commercio degli OGM in Europa. Ed è lì, nella procedura Ue, che si annida il problema.
Il diritto dell'Unione non prevede alcuna libertà per i 27 in materia di OGM. Se infatti l'autorizzazione accordata a livello Ue può essere contestata dal singolo Paese, sulla base di motivazioni scientiche, rivolgendosi all'Efsa, l'Agenzia europea per la sicurezza alimentare, finora queste sono state, tendenzialmente, respinte. A quel punto lo Stato può ancora portare il caso all'attenzione degli altri Paesi, in sede di Consiglio, ma anche lì l'esito si è rivelato il più delle volte fallimentare.

Il diritto dell'Unione europea non prevede alcuna libertà per i 27 in materia di OGM
Per lasciare più spazio agli Stati, la Commissione europea ha proposto di autorizzarli a presentare anche ragioni di ordine economico o sociale, e non più solo scientifiche, per contrastare il commercio e la coltivazione di organismi geneticamente modificati sul proprio territorio. Non è detto, però, che l'Efsa si riveli più sensibile a questi argomenti.
Un vero cambiamento verrebbe, invece, dal riconoscimento del diritto degli Stati e dei territori all'autodeterminazione in materia. Quell'autodeterminazione che la Rete delle regioni europee libere da OGM, riunite la scorsa settimana a Erfurt, in Germania, rivendica da tempo e che la presidenza danese dell'Unione, nel mese di marzo, ha provato, invano, a recuperare.
La proposta della Danimarca, che in sintesi puntava a lasciare agli Stati la possibilità di limitare o vietare l'ingresso di organismi geneticamente modificati, è stata respinta, in sede di Consiglio, da un blocco di Paesi - tra cui Francia, Germania, Regno Unito e Belgio – e finora la nuova presidenza, cipriota, non ha ripreso l'iniziativa.
A Erfurt le regioni 'OGM free' hanno lanciato un appello: l'invito a una coalizione il più possibile ampia, che coinvolga consumatori, agricoltori, organizzazioni ambientaliste, per la libertà di scelta e la trasparenza in tema di organismi geneticamente modificati, a cominciare dal rivendicare norme comuni per l'etichettatura dei prodotti derivati, come carni e latte. Una battaglia non più rinviabile.

 

mercoledì 17 ottobre 2012

Come attivare un circuito SCEC

Come attivare un circuito SCEC sul proprio territorio
di Graziano Pini e Lisa Bortolotti - 09/10/2012

Fonte: il cambiamento


Come fare per attivare un circuito locale Scec? Quali sono gli obiettivi, le fasi, i soggetti per l'implementazione di un percorso che sia mirato alla circolazione di questa moneta solidale e al consolidamento di un altro modello di economia? Lo spiegano di seguito Graziano Pini e Lisa Bortolotti.


scec
Per Buono Locale SCEC si intende quella riduzione di prezzo che gli associati al circuito nazionale di Arcipelago SCEC decidono di riconoscersi reciprocamente e liberamente
Il futuro appartiene alle persone che vedono le possibilità prima che diventino ovvie (Theodore Levitt)
Per Buono Locale SCEC, denominato anche semplicemente SCEC, si intende quella riduzione di prezzo che gli associati al circuito nazionale di Arcipelago SCEC decidono di riconoscersi reciprocamente e liberamente. All’atto dell’associazione il socio ordinario, colui che offre beni o servizi, comunica la percentuale di riduzione che offrirà ai soci nell’esercizio della propria attività.
Questa riduzione di prezzo è simboleggiata dal Buono Locale SCEC dove SCEC è l’acronimo di Solidarietà ChE Cammina. Il Buono Locale SCEC ha un rapporto di 1:1 con l’euro, ma non è convertibile, rappresentando solo la riduzione di prezzo offerta agli associati.
I buoni scec fanno aumentare il potere d’acquisto di chi li usa, facendoci diventare un po’ più liberi dalla dipendenza del denaro e a medio termine possono far aumentare la ricchezza di un territorio
Obiettivi del percorso di attivazione del circuito:
1. Favorire la solidarietà fra le persone e le diverse realtà
2. Promuovere consumi a km zero
3. Sostenere un territorio
4. Creare una comunità resiliente che sappia attraversare la crisi creando nuove opportunità di lavoro e nuova coesione sociale
5. Aumentare il potere d'acquisto delle famiglie
6. Ridimensionare i limiti del patto di stabilità
7. Trattenere la ricchezza sul territorio
Soggetti che potenzialmente possiedono lo Scec e lo fanno girare (lo ricevono e lo usano):
1. Ente locale,
2. Esercenti, commercianti, artigiani, agricoltori, privati cittadini
3. Attività produttive in genere
4. Associazioni culturali e socio assistenziali
5. Famiglie, condomini
6. Famiglie seguite dai servizi sociali
7. Singoli
Fasi di implementazione del circuito
1. Start up: i cittadini si iscrivono all'arcipelago Scec:
- L'arcipelago Scec eroga 100 Scec ad ogni cittadino
- Al comune spetta un totale di Scec equivalente della somma di quanto ricevuto dai cittadini iscritti (es. 15 soci, 1500 Scec al comune)
2. Gli Scec vengono immessi nel circuito:
- Il comune da contributi parzialmente in Scec alle famiglie problematiche
- Il comune paga i propri dipendenti in parte con gli Scec
3. Gli Scec cominciano a girare: le famiglie spendono gli Scec in negozi di generi di
- Prima necessità (panettieri, alimentari, agricoltori, artigiani, erboristerie, ecc.).
- Le associazioni spendono ed incassano Scec
4. Gli Scec incassati vengono spesi sempre più: questo aumenta il potere d’acquisto delle famiglie e la ricchezza del territorio:
- I negozianti pagano alcuni servizi ed imposte al Comune
- I negozianti e le imprese pagano alcuni fornitori in Scec
- Il Comune paga alcuni fornitori in Scec
5. Il sistema è regime, il cerchio si chiude e si sviluppa la virtuosità del circuito Scec:
- Il Comune incassa gli Scec dai cittadini e dai commercianti
- Il Comune eroga contributi parzialmente in Scec
- I cittadini spendono gli Scec nei negozi di generi di prima necessità
- Sia il Comune che i negozianti pagano i loro rispettivi fornitori in Scec
Percorso di implementazione del circuito Scec
1. Presentare lo schema al comune (Sindaco, assessori, segretaria comunale, consiglieri)
2. Presentare il circuito Scec alle realtà interessate e ai cittadini facendone capire il valore aggiunto
3. Costituire un punto d’erogazione Scec direttamente in comune
4. Cominciare ad usare lo Scec dandosi obiettivi ambiziosi ma raggiungibili
5. Promuovere ed organizzare iniziative collaterali come mercatini del biologico e a km zero, banca del tempo, transition town, per favorire la convivialità e dimostrare che un altro mondo è possibile, basta volerlo!
Consolidamento del circuito Scec:
1. Fare analisi del PIL del territorio
2. Individuare i settori prevalenti (agricoltura, artigianato, beni e servizi, commercio, manifattura, turismo, altre aziende e settori)
3. Sostenere le vocazioni territoriali
4. Creare nuove opportunità economiche a partire dalla blue economy e dal barter.
Guarda il video:
Fonti:
- Una moneta a misura d'uomo: Lisa Bortolotti at TEDxBologna
- www.arcipelagoscec.org
- Peter North, Manuale della transizione, moneta complementare, come introdurla nella tua comunità
- Paoletti Pierluigi, L'economia per tutti
- Andrea di Furia, Sudditi e schiavi... consapevoli, manuale di sopravvivenza sociale
- Francesco Filini spiega lo Scec
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"Luce e gas, schediamo i morosi"

"Luce e gas, schediamo i morosi"
l'Authority propone una lista nera

Un registro dei cattivi pagatori dove segnare chi non salda le bollette di elettricità e gas. È questa la proposta dell'Autorità per l'energia contenuta in un documento approvato dalle Commissioni X di Camera e Senato. Immediate le proteste delle associazioni dei consumatoridi MONICA RUBINO

"Luce e gas, schediamo i morosi"  l'Authority propone una lista nera


ROMA -Una "black list" per schedare chi non paga le bollette della luce e del gas. E mettere al bando i morosi, impedendo loro di stipulare nuovi contratti di fornitura con altri operatori. È la proposta dell'Autorità per l'energia contenuta in un documento 1approvato dalle Commissioni X di Camera e Senato, ora posto in consultazione pubblica online fino al 9 ottobre. E già pesantemente criticato dalle associazioni dei consumatori, che, di fronte ai nuovi aumenti di luce e gas 2previsti dal primo ottobre, ricordano come la situazione economica contingente stia creando molte difficoltà nel regolare pagamento delle bollette.

Tutelare le aziende. Con l’idea di istituire il registro dei cattivi pagatori l’Autorità per l’energia elettrica e il gas si propone di tutelare meglio le aziende del settore energetico dalla crescente morosità degli utenti. Tra i vari strumenti all’esame c’è la revisione al rialzo dell’importo del deposito cauzionale e, appunto, il “Registro dei morosi del servizio elettrico e gas”, in sigla BICSE, che compare a pagina 5 del documento in una postilla. Nella nota si rimanda a un 
precedente testo, risalente ad agosto
 3
, in cui si spiega nel dettaglio il funzionamento della lista nera.  

La protesta delle associazioni. I rappresentanti dei consumatori si sono immediatamente schierati contro l’iniziativa. “Se questo sistema dovesse essere introdotto, tutti cittadini che per vari motivi non risultino aver pagato una bolletta, rischiano di finire nella banca dati dei cattivi pagatori,  con tutte le conseguenze del caso come ad esempio l’impossibilità di attivare nuove utenze o cambiare venditore. Lo stesso accadrebbe per le imprese”, fanno sapere in una nota congiunta Assoutenti, Adiconsum, Adoc, Altroconsumo, Cittadinanzattiva, Codacons, Codici, Confconsumatori, Mdc, Movimento Consumatori, Federconsumatori, Lega Consumatori e Unc.
 
Le associazioni hanno anche scritto alle Commissioni X di Camera e Senato, chiedendo di essere ascoltati per evitare l’introduzione nel nostro paese della banca dati dei morosi. E richiamando invece l’attenzione sulle criticità che assillano l’utenza. "La vera necessità nel settore dell’energia - spiegano i consumatori- è porre un freno alle pratiche commerciali scorrette, alle fatturazioni sballate, a quelle emesse con dati di consumo solo stimati e non effettivi, più volte denunciati all’Antitrust, all’Autorità energia e al Garante della privacy, e che generano numerosi contenziosi con i clienti finali".
 
fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2012/09/29/news/luce_e_gas_arriva_il_registro_dei_morosi-43507767/